Memorie di Moshe Feldenkrais

Moshe Feldenkrais di Jerry Karzen

Ci piace umanizzare quegli individui che stimiamo, che hanno un talento speciale o una posizione nella società. In qualche modo abbiamo bisogno di diminuire il carisma, la mistica che li circonda. Sapere che, dopo tutto, sono come noi, o noi siamo come loro. Tuttavia desideriamo allo stesso tempo mantenere quell’aura di singolarità, idealizzare le caratteristiche di qualcuno che eleverà il nostro spirito, e ci aiuterà a realizzare i nostri sogni inconfessati.

Mentre stavo nel corridoio, potevo sentire Moshe che si avvicinava alla porta del suo appartamento di Tel Aviv. Quindi il suono di ognuna delle quattro mandate della serratura che veniva aperta. Stava di fronte a me scusandosi, come aveva fatto al telefono, di non essere passato a prendermi all’aeroporto. Dopo le solite formalità, “Sei stanco? Hai fame?”, mi mostrò la stanza in cui avrei dovuto dormire nei prossimi tre mesi, e quindi guardammo la serie televisiva popolare americana di “guardie e ladri” Starsky and Hutch.

Moshe aveva vissuto in questo appartamento al centro di Tel Avivi per più di 30 anni. Era, come ben lo descrive Jeff Haller, una biblioteca con dentro un letto. La “biblioteca” conteneva volumi sulla meccanica, fisica, psicologia, judo, fisiologia, anatomia, dizionari, gli ultimi successi della letteratura “New age”, e molti altri, pubblicati in francese, inglese, russo, ebraico e tedesco. Una volta durante una discussione mi disse di andare ad un certo scaffale: “È un libro verde e piccolo, dovrebbe essere il quinto sul quarto scaffale. Il secondo capitolo dà una risposta alla tua domanda”. Era proprio così. Gli chiesi quando fosse l’ultima volta che aveva letto quel libro. “circa 30 anni fa.”

A Moshe piaceva mangiare ed era di gusti molto cosmopoliti. Caffè con molta panna liquida, e almeno due cucchiaini di zucchero. Qualche volta prosciutto speziato affettato a pezzi di mezzo centimetro e fritto nell’olio: “Dal periodo in cui gli inglesi ce lo portarono durante il mandato”. Poi seguivano due o tre uova, sempre fritte nell’olio. Sua sorella gli portava degli ottimi formaggi dalla Francia, ed anche cioccolato. Il migliore viene dal Belgio. Ne divoravamo mezza scatola a seduta. Gli piaceva preparare pietanze cinesi. La sua credenza conteneva tutti gli ingredienti necessari. Qualche volta si svegliava a tarda notte per uno spuntino, e le blatte nella cucina correvano a rifugiarsi nelle loro fessure nascoste. Odiava la cucina messicana: “Tutto quel maledetto formaggio fuso”. Chi aveva i piatti più piccanti? Erano i coreani, gli Szechwan o gli Hunan? Chi riusciva a mangiare il cibo più strano? Moshe vinse quando mi vide in imbarazzo mentre lui mangiava la testa di un pesce freddo, occhi e tutto. Era contrario al latte: “Conosci un qualsiasi mammifero che, superato il periodo infantile, continua a bere il latte di sua madre?”

Certe volte per cena, bastava una ciotola di riso o delle tagliatelle al burro: “Chi ha bisogno di tutte quelle salse continuamente? Ci fanno ammalare!” Durante un pasto aveva l’abitudine di servirsi dal vostro piatto, senza permesso, se gli sembrava appetibile. Finito di mangiare accendeva una sigaretta. Qualsiasi marca andava bene. Ma Dunhill, scatola blu, extra mild, ah! era il massimo. Quindi “un caffè” prima di andare a letto. Appena aveva la testa sul cuscino si addormentava profondamente e russava dopo pochi secondi.

Moshe aveva sei paia di pantaloni colorati, tre neri e tre blu scuri. Tutti avevano tasche profonde con doppia cucitura, ed erano stati confezionati dai “migliori sarti inglesi” disponibili. Quando viaggiava o anche a casa, li lavava la sera e la mattina successiva erano freschi e stirati “con la piega”. Odorava sempre di pulito, anche il suo alito, ma non faceva necessariamente il bagno tutti i giorni, poiché, diceva: “La mia pelle è delicata e il sapone secca la pelle privandola dei suoi oli naturali, e il suo abuso provoca una maggiore sudorazione”.

Aveva un cappotto con molte tasche che era famoso per la sua pesantezza. Tra le varie cose conteneva: un tester per batterie, almeno due registratori tascabili con batterie supplementari, una ampia riserva di contante, generalmente 5-10.000 dollari in ognuna delle seguenti divise: franchi svizzeri, dollari americani, marchi tedeschi. Tutti i tipi di penne, tre tipi di forbici per tagliare le unghie o la pelle, due tipi di tagliaunghie e lime per unghie, rotelle aggiuntive per trasportare il suo bagaglio e ogni sorta di aghi e fili. Una volta ruppi un grosso ago mentre cucivo, all’aeroporto, la sua valigetta di pelle, e lui prontamente me ne diede un altro: “Per gli idioti come te!!” Portava anche con sé ogni tipo di antibiotico, cerotti, un passaporto israeliano e inglese, ecc. Moshe era sempre preparato ad ogni eventualità.

Non ha mai sofferto di postumi da viaggio in aereo [dovuti al rapido cambiamento di fuso orario]. Riteneva che le cure con i cristalli fossero una assurdità, ma permetteva che venissero provati su di lui. Utilizzava le “pillole di sterco” della medicina tibetana. Aveva una biblioteca eccellente sull’agopuntura e occasionalmente praticava quest’arte.

Alla fine di una lunga giornata lavorativa, negli ultimi anni 70, faceva fatica a stare sveglio durante una lezione di IF. Certe volte dava dalle otto alle dodici lezioni di IF in un giorno, ognuna delle quali era sempre più incredibile in qualità delle precedenti. Si svegliava frequentemente nel mezzo della notte e, come lui stesso lo definiva, “si rotolava tutt’intorno” per alcune ore esplorando vecchi e nuovi schemi di ATM. Cerve volte “rotolava intorno” a letto per un ora alla mattina prima di iniziare la giornata. Era un uccello notturno: si coricava e si alzava tardi.

Fare la spesa con Moshe era un’esperienza simile a quella con mio figlio di tre anni. Aveva la mente più indagatrice ed era l’adulto più curioso che abbia mai conosciuto. Apriva, esaminava, rivoltava tutto e studiava le sue funzioni. Il suo appartamento a Tel Aviv era pieno di aggeggi: pezzi di accendini smontati a metà, di registratori, di magneti, condensatori, batterie mezze usate, ecc. Conservava tutto. Se veniva invitato a casa di qualcuno e veniva lasciato solo, ispezionava i libri, gli armadi, i cassetti, la credenza. Era come un animale vorace e curioso che annusava e esplorava il suo ambiente.

Moshe è morto nel sonno dieci anni fa. Il titolo del suo ultimo libro doveva essere: “Il vostro scheletro sopravviverà alla vostra anima”. Ora, i resti delle sue spoglie mortali giacciono in una semplice e comune tomba vicina a quella di sua madre e suo fratello, in un cimitero alla periferia di Tel Aviv. Visse la vita pienamente, vigorosamente e appassionatamente, in tutti i suoi estremi. Noi facciamo onore al suo spirito e al nostro quando viviamo la nostra vita “al limite” come lui fece.

A Moshe:
Grazie per il seme della conoscenza,
Forse germoglierà nel mio giardino,
e fiorirà nel loro.
Pat Siebert

Moshe, il judoka delicato

di Carl Ginsburg

Mark Reese mi riferì un paio di anni fa che quando Moshe viveva nella sua casa, una sera aveva osservato Moshe mentre faceva una ATM sul pavimento della stanza da letto. “Non crederesti quanto era morbido e delicato con se stesso. Era elegante. Noi non abbiamo neppure incominciato ad avvicinarci alla sua grazia” mi disse Mark. Mi sono ricordato di questo una mattina quando mi sono reso conto che spesso lavoro troppo duramente con me stesso. Questo malgrado il fatto che, come insegnante, mi piace che gli altri si muovano delicatamente e lentamente. Ho una immagine di Feldenkrais, il vecchio judoka, … un toro di uomo con una faccia rotonda e occhi lucenti. Poteva camminare senza far rumore malgrado due ginocchia lesionate. Quando toccava i suoi allievi con le sue dita svelte e agili, la carne si squagliava. Tuttavia appariva così a suo agio che spesso sembrava che non facesse nulla mentre toccava. Parlava della gentilezza come di un tipo di rispetto verso se stessi, un rispetto che estendeva anche alle radici dell’umanità. Nondimeno, aveva la capacità di lanciarvi per la stanza senza un momento di esitazione (vedi: l’intervista di Dennis Leri con Moshe sulle arti marziali, nel Feldenkrais Journal N°3). La prima volta che Moshe Feldenkrais mi toccò in una delle sue “lezioni”, seppi che le sue mani erano incomparabili. Mi fece sdraiare su un tavolo basso con le ginocchia sul pavimento e il sedere in aria. Moshe spinse delicatamente sulle mie anche. Erano congelate. Questa era veramente l’essenza del mio problema. Avevo sofferto di mal di schiena e di rigidità per anni prima di allora. Le dita delicate di Moshe sondavano in profondità vicino alla base del mio cranio. Quindi mosse le mie spalle e costole con tale leggerezza che non sentii resistenza. Quando tornò con le sue mani sul mio bacino non ero consapevole del cambiamento. Con entrambe le mani premette leggermente in giù sul bacino in modo da allungare la spina dorsale. Fui costretto a fare un respiro profondo. Mi diede una pacca leggera sul sedere. Il bacino oscillò a destra e sinistra con una libertà che non avevo mai sperimentato prima. Che differenza quando mi misi in piedi e cominciai a camminare! La mia schiena, le spalle, le anche e le gambe sembravano oliate, mobili in modo incredibile. Mi sentivo eretto e solido sulla terra, come se avessi una forza che non avevo mai saputo di avere. Quella notte sognai che stavo guidando una minuscola auto Volkswagen, uno di quei piccoli maggiolini. Un enorme camion semiarticolato mi spingeva sulla coda. Era un’espressione della sua forza: il grosso camion era Moshe. Ma quella forza veniva da una fonte diversa da quella che si potrebbe pensare. Era una conseguenza diretta della sua delicatezza.

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